20 ottobre 1974 - 20 ottobre 1994

Messaggio di Fabio Isman, inviato de "il Messaggero" a Lamezia nei giorni successivi all’assassinio di Adelchi.

Non ho mai conosciuto Adelchi Argada, e questo oggi mi dispiace. Infatti se le nostre strade si fossero incrociate, mi avrebbe sicuramente arricchito - e non poco - conoscerlo, frequentarlo, confrontarmi con uno come lui. Con le sue speranze dei vent’anni; la sua ansia d’un futuro migliore; il suo impegno per il riscatto di una terra -la sua- che di speranze e riscatti non ne avrà mai abbastanza, per quanto sono stati -troppo spesso, e più o meno volutamente- dimenticati, soffocati, sottovalutati -

Si Adelchi mi sarebbe davvero piaciuto conoscerlo. Invece, ne so appena ciò che, in quei tristi e terribili giorni di vent’anni fa, m’è stato raccontato e che -anche se non li ho seguiti- conto che i processi siano riusciti a sancire. Cioè che quella sera maledetta s’era trovato coinvolto in una vicenda non direttamente sua; che aveva agito non per offendere, bensì per difendere; non per aggredire, bensì per disarmare. Ho qui davanti una sua fotografia di quelle che si fanno per le tessere e che quasi sempre sono bruttissime. Questa - invece - non lo è affatto e gli rende giustizia: un bel viso aperto e sicuro; due occhi che guardano lontano; i capelli un pò lunghi e rigonfi, come usava in quegli anni.

Che anni erano quelli. Gli anni della strategia della tensione e degli attentati fascisti. Anni di confronti cruenti. Anni di troppe vittime. Anni in cui spesso erano messe a repentaglio le certezze per fortuna, ormai lontani; anche se dimenticarli è (e speriamo resterà) impossibile.

Qualche volta, in questi vent’anni, ad Adelchi mi é capitato di pensare. Quando Adelchi fu vilmente ucciso, a Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana non era nemmeno ancora cominciato. Da allora, di processi per piazza Fontana ne sono stati fatti quello ed alcuni altri; e Freda, Ventura, Giannettini sono ormai da tempo in libertà. Quando Adelchi ce l’hanno ucciso, mio figlio aveva esattamente un mese: questa sera, in una di quelle bellissime serate romane che sono ancora tiepide e senza nuvole, mio figlio e io abbiamo parlato di lui. Mi sembrava anche un modo per chiedervi scusa di non essere ora in mezzo a voi: ma vi giuro che è soltanto perché il lavoro me lo impedisce, e che non avevo alcuna alternativa possibile.

Stasera. a mio figlio ho raccontato di Adelchi. Di Adechi, che io non ho mai conosciuto. Gli ho raccontato di come un’intera città lo salutò, fino a commuovere anche qualcuno che i. calli non li ha soltanto sui polpastrelli; di come in tanti, in quei giorni e spero anche dopo, lo abbiano onorato; di come, davanti a lui per l’ultima volta, un vescovo gridasse che la violenza é davvero - l’arma  dei deboli". Di come le indagini - una volta tanto, perché non capita sempre - abbiano avuto un corso sollecito e un esito chiaro: tale da non lasciarci l’angoscia del dubbio, o la rabbia dell’insoluto. L’ho raccontato a mio figlio, e mio figlio l’ha capito. Adesso anche lui, conosce un pochino Adelchi: perché è giusto, perché quelli come lui nessuno deve dimenticarli. Mai.

Oggi Adelchi Argada avrebbe 40 anni; cioè, non molti meno di me. Penso proprio -e voglio pensarlo- che saremmo davvero abbastanza simili: ugualmente sempre pieni di speranze; ugualmente sempre con la voglia di disarmare gli altri (ma dalle pistole, e non dalle idee) e la certezza che noi stessi non disarmeremo mai (ma dalle uniche armi che vogliamo praticare: quelle delle idee e dall’impegno civile e sociale, e non certo dalle pistole). Io so quale sarebbe in questo momento - se appena l’avessi potuto - il mio posto giusto, perché in ogni momento ciascuno di noi ne ha sempre uno: sarebbe sicuramente in. mezzo a voi; accanto ad Adelchi. Invece, posso solo recitare il mio dispiacere, anche a nome degli altri (forse non saranno nemmeno pochi) che non sono riusciti ad arrivare qui: sono quasi delle scuse, accompagnate da una promessa; l’unica possibile: quella di ricordare sempre. E, se ci si riesce, non soltanto col pensiero, ma con l’azione, l’impegno, la volontà.

Anche chi ora non è tra voi Adelchi - soprattutto se l’ha conosciuto per davvero e non quel poco che, soltanto "dopo", ho potuto imparare a conoscerlo io - certamente non può esserselo dimenticato. E un giorno, la dove ora lui riposa, ci sarà un fiore di più; se messo da me e da mio figlio, conterà poco. Ciao, Adelchi: un abbraccio a tutti quelli che t’hanno voluto bene; il rimpianto di non averti conosciuto e frequentato; di non averti vissuto prima che fosse troppo tardi, perché qualcuno ti aveva già ucciso.

Fabio Isman

Roma 19.10.1994