PER ADELCHI 20 OTTOBRE 1994

Sintesi dell’intervento di Rosa Tavella - direzione nazionale Prc - all’assemblea pubblica del 20.10.1994 cinema Astra Lamezia Terme.

Riflettere oggi, a venti anni di distanza, su Adelchi e la sua morte, in questa Lamezia profondamente mutata e non sempre in meglio, non può non significare per me riflettere innanzitutto sulla storia di un periodo che ha segnato profondamente la mia vita e farlo in un momento in cui l’avvento, nelle forme e nei contenuti, della seconda repubblica impone a noi tutti domande cruciali sul senso delle relazioni politiche e sociali che vanno definendosi, sulle forme attuali della politica e dei poteri, sul significato di diritti fondamentali e di parole chiave con le quali abbiamo nel tempo declinato il nostro agire e che oggi sembrano incapaci di aprire in maniera significativa una qualsiasi porta contro il rinserrarsi degli egoismi, contro la prepotenza e l’arroganza di nuovi e vecchi poteri, dentro e fuori le istituzioni.

E allora Adelchi non evidentemente solo il suo assassinio, ferita profonda mai rimarginata, lutto che non fu solo privato e nemmeno solo dei suoi compagni, ma di tutta la Calabria democratica del tempo.

La memoria che questa manifestazione propone, anche nell’ultima, in ordine di tempo, richiesta formalizzata da me e da Italo Reale al Sindaco e al consiglio Comunale di questa città perché ad Adelchi sia intitolata una strada, una scuola, una piazza, non è solo memoria della violenza subita da un operaio studente di 20 anni, antifascista e comunista, cosa in sé non trascurabile né da banalizzare a maggior ragione oggi che, come dice Bocca, i fascisti sdoganati da Berlusconi, ci governano con la faccia metallica e ben educata di Gianfranco Fini.

Vorremmo invece che l’esercizio della memoria fosse rivolto soprattutto alla vita di Adelchi, al suo "impegno totale" a quella voglia di "esserci" di tanti giovani suoi compagni che con fatica ma anche con grande entusiasmo e creatività, tentavano di essere soggetti della propria storia, costruttori del proprio futuro.

La famiglia, la scuola, le segherie dei giovani apprendisti, i quartieri ancora corpo vivo della città erano i luoghi dove Adelchi, noi, tanti di noi, sperimentavamo la politica certo con molte ingenuità, errori, repliche di altrui storie, con linguaggi grevi ma anche con quella particolare leggerezza che deriva dalla condivisione di un percorso, dalle promesse del futuro, dal piacere di esprimersi, dal divertimento anche.

Non eravamo particolarmente bravi, non più di tanti giovani di oggi. Eravamo, in qualche modo più fortunati, perché favoriti da un contesto che non ci emarginava, da dinamiche politiche, economiche e sociali che comunque avevano bisogno di noi per dispiegarsi.

C’erano nelle sfere del privato e del pubblico sentimenti, aspettative nei nostri confronti.

C’era, nel bene e nel male, il riconoscimento della nostra esistenza. Allora Lamezia (come Milano noi dicevamo) era la città del movimento degli studenti, della solidarietà con gli operai, Adelchi stesso era un operaio che aveva smesso di fare lo studente per problemi economici.

Lamezia era la città delle scuole occupate, dei circoli culturali, dei collettivi femministi, insomma della sinistra molto a sinistra e del vecchio PCI.

Era anche però la Lamezia democristiana e perbenista, del campanile agitato nel lotte per l’università, della SIR e delle sue promesse mancate di sviluppo, la Lamezia dei fascisti catalizzatori e simbolo dell’intolleranza e dell’odio verso chi come Adelchi esprimeva una volontà di riscatto, uno sguardo generoso e aperto nei confronti del mondo.

Adelchi lo abbiamo ricordato tante volte!

In suo nome abbiamo organizzato comitati, appelli discussioni, manifestazioni.

Anche per il Processo ai suoi assassini abbiamo denunciato ingiustizie, non tanto per le pene comminate ma per la sottrazione del processo alla sua sede naturale e, quindi, per il giudizio di minorità che così fu espresso nei confronti di una intera comunità, nei confronti di chi come Adelchi lottava disarmato.

In seguito fu solo la politica che abbiamo continuato a fare dopo di lui ad esser segno anche di memoria, una politica controcorrente in una città che piano piano si omologava e creava isolamento conquistando in questo processo anche una parte cospicua della sinistra.

Negli ultimi tempi però anche noi siamo diventati pressoché muti su Adelchi e su noi stessi, in difficoltà sui problemi dell’oggi, impigliati in contraddizioni dalle quali non abbiamo saputo più districarci e che ci hanno reso incapaci di comunicare, di vedere oltre, di dare valore ai tanti giovani e non che vivono nelle pieghe di questa città.

Noi che, per tanto tempo, da "giovani", abbiamo avuto il problema di partire dalla nostra parzialità anche generazionale sappiamo che ci è difficile oggi parlare, ascoltare giovani "dopo di noi", sempre meno presenti nelle nostre formazioni politiche e nei luoghi delle nostre discussioni.

Siamo in questa città come "separati in casa" senza nemmeno la possibilità di un sano, pacifico ma anche sacrosanto conflitto.

E c’è il rischio grosso, per noi di sinistra, di solidarizzare con quelli che, a Milano, Formentini chiama "randagi" senza capire dove sono i giovani che ci vivono accanto.

Per questo vi abbiamo proposto questo 20 ottobre letteralmente come pre-testo.

Per Adelchi e perché quella storia ci serva, oggi, per riflettere sulle cose che ci premono qui ed ora, per evitare di considerarci una "tabula rasa" su cui innestare un anacronistico e incomprensibile nuovo.

Oggi i giovani, ma non solo essi, non sono al centro della storia né per condizioni materiali né per forza simbolica. Sono diventati invisibili nella loro normalità. Di essi si parla in quanto devianti, mostri che uccidono sulle autostrade o che si accaniscono contro i loro genitori, sieropositivi malati di AIDS.

Non avendo futuro non hanno esistenza nel presente. E la politica li perde non solo perché i giovani sono fuori dalla produzione ma perché la politica è sempre meno socialità, spazio di vita.

La politica si gerarchizza: sullo scalino più basso il sociale o terzo settore per i partiti, le istituzioni, i leaders. La pervasività del modello berlusconiano della politica come immagine fa si che anche a sinistra ci si modelli in tal senso.

Berlusconi vince e trae beneficio dalle precedenti devastazioni, dalle nuove regole. Vara una finanziaria iniqua ma vince soprattutto sul modello.

Mi viene in mente a questo proposto una considerazione fatta di recente da un deputato progressista il quale diceva: siamo assediati dalla attenzione della gente. Questo è molto vero ed è rischioso.

Perché l’assedio di attenzione può a volte inebriare ma più spesso può risultare soffocante non solo per le persone alle quali è rivolta ma per la politica intera che così viene ridotta sempre di più ad un unico luogo, a pochi soggetti:

Parlamentari, Presidenti, Sindaci, leaders, telepredicatori.

Gli altri finiscono con il perdere valore, con il non contare più nulla.

Questa mancanza di pluralità di luoghi e/o meglio mancato riconoscimento a più luoghi e soggetti di esser luoghi e soggetti della politica e uno dei problemi seri della nostra democrazia.

Partiti leggeri e pesanti, destra e sinistra, tutti sono oggi modellati sulla figura del leaders, sulla delega totale, sulla passivizzazione dei più.

Non so se la televisione è causa o effetto di tutto questo.

So che, anche qui, il problema non è solo di chi è il padrone ma da come si pensa e si usa televisione, come si fa comunicazione, come la si reinventa sapendo che gli strumenti a disposizione non sono neutri.

Ritornano quindi le domande: che cosa è la politica, che cosa è la comunicazione, che cosa è la democrazia.

Riappare evidente l’impoverimento del linguaggio politico oggi sempre più simile a quello di uno spot, adeguato alla frammentazione del tempo operante della televisione ma incapace di raccontare la realtà nelle sue complesse espressioni .

 

Un linguaggio sincopato e violentemente estemporaneo,"banale" che per opporsi alle caratteristiche allusive e cifrata della precedente comunicazione politica finisce per diventare anch’esso stereotipato e inconcludente.

Che cosa allora dobbiamo fare per affrontare la difficile situazione politica che ci è davanti?

Mi verrebbe da dire, proprio a partire da Adelchi, che dovremmo innanzitutto superare il fastidio che è dentro di noi, che è in chi ha modificato le regole del gioco, che è nei moderni governanti della seconda repubblica, per la riflessione e la memoria, per la ricerca e per l’autocoscienza.

Fermarsi un poco anche solo per parlare di Adelchi e del suo "impegno totale" per saperne di più su noi stessi oggi e avere la consapevolezza, così come ci ha lasciato scritto Anna Harant, che "Il futuro è alle spalle".