Liberazione 7 novembre 2006

 

La terza città della Calabria abbandonata a se stessa

Lamezia resiste. Ma sta perdendo la speranza

Laura Educati


«Dite che per Lamezia non c’è più speranza. E invece credo che la vergogna dei commercianti nel pagare il pizzo è un buon segno: le cose prima o poi cambieranno». Don Giacomo Panizza è nato a Brescia ma vive a Lamezia Terme (Catanzaro) da 29 anni. Sotto protezione perchè ripetutamente minacciato dalle cosche, è uno degli animatori della A. l. a., l’associazione anti-racket di Lamezia nata due anni fa dall’esasperazione dei negozianti che, all’inizio, dovevano riunirsi di nascosto «come i carbonari». Gli esercizi commerciali sono almeno 300, quasi tutti taglieggiati. Ma all’associazione sono iscritti solo in sei - perché per entrare occorre denunciare, e c’è chi ha troppa paura per farlo.

Che la città, la terza per numero di abitanti della Calabria (70mila), abbia qualche speranza, don Giacomo è uno dei pochissimi a pensarlo. Sarà la fede cristiana. «Ma quella civile, quella che anima noi comunisti calabresi e ci fa lottare comunque, io l’ho persa da un pezzo» ammette il segretario regionale di Rifondazione Rocco Tassoni.

Eppure sabato scorso, per la prima volta nella storia della Calabria, il 90% dei commercianti lametini ha abbassato le serrande per protesta, sconvolti dal tasso di aggressività mafiosa che nelle ultime settimane ha registrato decine di intimidazioni, macchine bruciate, bombe contro i negozi. Il più grave il 24 ottobre, un incendio doloso ha distrutto un deposito di pneumatici e lo stabile che lo ospitava, lasciando quattro famiglie sulla strada. L’edificio è adiacente al commissariato di polizia, un altro sberleffo allo Stato. Quando il procuratore capo di Lamezia Raffaele Mazzotta è giunto sul posto ha detto: «Mi sembra di stare a Beirut».

 

La violenza mafiosa non si arresta. Ma il vero problema è un altro

Negozi contro il racket,
storica serrata a Lamezia

Laura Educati


Domenica notte una cartoleria ha subito un altro attentato. Un messaggio chiaro. Anche a Tano Grasso, che il giorno prima aveva promesso di considerare Lamezia, con Napoli e Gela, l’ asse nazionale dell’anti-racket, con tanto di sostegno agli imprenditori che vogliano impiantare un’attività in queste zone.

Lamezia sarà Beirut, ma non è la Napoli in vetrina su tutti i media nazionali, e dunque di questa zona - una delle più industrializzate del Mezzogiorno - non parla nessuno.

«L’emergenza è continua», si indigna sempre Tassoni, «se non è Lamezia, domani sarà Rosarno, e poi Locri». Il problema, e lo ripetono tutti, è che se la mafia è così prepotente da ammazzare due uomini proprio mentre il consiglio comunale si riunisce in assemblea straordinaria sulla sicurezza (è accaduto il 27 ottobre), è che lo Stato, semplicemente, non c’è.

I numeri: 41 omicidi dal 2000 a oggi, quasi tutti di natura ’ndranghetista e quasi tutti irrisolti; 80 estorsioni ai danni di commercianti dall’inizio del 2006. E chi combatte la criminalità organizzata? Una Procura che conta, oltre al procuratore Mazzotta, solo cinque sostituti procuratori - quest’estate erano in due - e 24 dipendenti amministrativi. «Chiaramente insufficienti per la nostra mole di lavoro», si lamenta Mazzotta. Ossia: 3mila procedimenti a carico di persone note, e migliaia di procedimenti contro ignoti che spesso vengono archiviati perché non si arriva a individuare il colpevole. Nonostante le insistenti richieste, lo Stato non ha mai incrementato l’organico, né i finanziamenti. E così succede che il procuratore, sotto scorta pure lui, debba pagarsi la benzina per gli spostamenti. «Il problema», spiega, «è che per il ministero dell’Interno un omicidio di natura passionale e un omicidio di mafia hanno lo stesso peso statistico».

A Lamezia, dove la giunta comunale è stata sciolta per infiltrazione mafiosa nel 1991 e nel 2001 e dove si conoscono perfettamente i nomi delle tre famiglie boss della zona (Jannazzo, Torcasio e Giampà), prestano servizio 70 carabinieri e 156 guardie di finanza. Troppo pochi. La maggior parte è del posto, così finiscono per sposare parenti delle cosche, a uscirci la sera perché sono cresciuti insieme, e i conflitti d’interesse sono all’ordine del giorno. I lametini si lamentano che dopo le otto di sera le volanti non girano più per le strade. Sì, sono in pochi. Ma in una lettera al quotidiano Domani denunciano che le macchine del commissariato di Lamezia sono tutte da rottamare, non è raro che si usino le vetture personali e quando occorre star su la notte perché c’è stato un omicidio si scopre che non ci sono i soldi per gli straordinari. Senza contare il turn-over: in 15 anni si sono succeduti 6 commissari di polizia, e ad ogni insediamento occorre cominciare tutto da capo.

«Dovete sostenermi» ha chiesto Mazzotta al sindaco Gianni Speranza (Ds) e ai politici presenti sabato scorso all’assemblea comunale straordinaria. Ha chiesto, una volta di più, che la Dda di Catanzaro istituisca una sezione a Lamezia perché le indagini non si smarriscano a metà strada, e ha chiesto uomini per l’intelligence e guardie di finanza per indagare sui reati patrimoniali, il vero grande interesse della ’ndrangheta, potenza economica dalle propaggini mondiali.

A Lamezia la disoccupazione tocca il 25%, il triplo del dato nazionale, eppure gli sportelli bancari sono in proporzione di più che a Bologna e Pisa. E, ha scritto in un dossier la Dia, è difficile ottenere la cooperazione dei direttori di filiale perché segnalino i movimenti sospetti.

Attorno alla città gli ipermercati nascono come funghi innecessari. Un’economia drogata. «Da dove arrivano questi soldi? Solo indagando in questo senso si potrà smantellare il potere ’ndraghetista», afferma Rosa Tavella, membro del Cpn di Rifondazione. Il sospetto naturalmente è che la grande distribuzione sia in mano alla mafia e che serva come attività di copertura. Ma questo non ha impedito al Comune di Lamezia di ordinare dei kit scolastici per le scuole proprio a quei supermarket.

Rifondazione, in polemica con Speranza, pochi mesi fa è uscita dalla giunta. «Il Comune non dà segni chiari contro la criminalità», spiega il segretario cittadino del Prc Luciano Rimini. A partire dai vigili urbani, che spariscono al calar della sera e - raccontano in città - non segnalerebbero gli abusi edilizi, l’altra grande piaga. L’esempio più lampante è un piccolo pub irlandese costruito su una piazzetta pubblica, a pochi metri dal comando dei vigili, dal nipote di un boss. Nessuno alza un dito e si mastica rabbia in silenzio. Poi: Speranza, sostenuto anche dalla Margherita, vorrebbe privatizzare la Multiservizi, la società partecipata che raccoglie i rifiuti e gestisce trasporti e acquedotto. «In queste zone è meglio che i servizi rimangano pubblici», sostiene Rimini. Preoccupato, come altri, che la grande pioggia di denaro proveniente dallo Stato o dall’Unione Europea a sostegno dell’imprenditoria finisca, come è successo già nel 90% dei casi, nelle tasche sbagliate. Il sindaco Speranza allarga le braccia: «Facciamo tutto il possibile per andare incontro ai cittadini. Da anni chiediamo un comandante dei vigili, che non viene mai nominato». Resta il fatto che a Lamezia, territorio squassato dall’inquinamento, dalle cave abusive e dall’allarme idrogeologico, il Comune ha deciso di destinare alle politiche ambientali un solo impiegato part-time.

Un documento approvato dal consiglio comunale (tranne il Prc) chiede allo Stato più finanziamenti, il rafforzamento delle forze dell’ordine, la copertura dei posti vacanti, ronde notturne delle forze dell’ordine, telecamere e videosorveglianza. Don Panizza dissente: «Ogni volta si chiede di più: più polizia, più soldi, più sorveglianza. E invece bisognerebbe stare più attenti al come. La polizia non c’è mai dovrebbe essere. E’ un caso? Oppure i poliziotti vengono a loro volta minacciati dai boss e per questo si rifiutano di indagare a fondo? Scopriamolo, e se riscontriamo questi umani problemi, poniamoci rimedio».

Dieci giorni fa 5mila studenti sono scesi in piazza contro il racket. Ma la politica, tranne il sindaco e qualche militante, non si è fatta vedere. I consiglieri si sono scusati. Un ragazzo di Lamezia si rivolge polemicamente a loro: «Ci avete chiesto di sederci attorno ad un tavolo tutti insieme. Ma la lotta alla mafia non è compito nostro, è compito della politica. E dunque non capiamo perché non eravate accanto a noi». Applausi. E’ ciò che pensano i commercianti: perché tocca a noi esporci? Ed anche ciò che pensa il Procuratore Mazzotta: «Io capisco che i negozianti abbiano paura di denunciare. La sera io me ne vado con una macchina blindata, e loro rimangono qui indifesi». Non si tratta, dunque, di solo ordine pubblico, di macchine incendiate ogni notte, di bombe carta contro i negozi. Ma lo Stato, ancora una volta, sembra non capirlo.

I commercianti lametini sono sfiduciati. «Nessuno
ci protegge. La polizia non è mai dove serve»

«Basta. Chiudo bottega
e me ne vado al Nord»

Telefonate ad ogni ora del giorno e della notte. Minacce di morte. Fuoco ad un camion e ad una vettura. Armando Caputo, proprietario di un’azienda agricola e presidente dell’A. l. a., prima di rincasare faceva dei giri in macchina attorno alla sua proprietà per assicurarsi che ad aspettarlo non ci fossero le pallottole. Poi si fece coraggio e denunciò il mediatore. Il processo ci fu, ma in galera ci andarono in pochi.

Eugenio invece ha appena aperto un wine bar sulla piazzetta più caratteristica di Lamezia. A due mesi dall’inaugurazione, la bomba. «Il peggio è che non è mai venuto nessuno a chiedermi il pizzo. Forse si aspettano che li cerchi io per chiedere protezione», suppone.

Il metodo non è mai lo stesso. A volte arrivano in negozio, prelevano la merce e se ne vanno senza pagare. Nel negozio dei Godino, i proprietari del deposito di pneumatici andato in fiamme il 24 ottobre scorso, un giorno entrò un uomo che voleva delle gomme ma diceva di essersi dimenticato il protafogli. Rifiutarono di lasciargli la merce, e così sono passati alle maniere forti. Se l’obiettivo è rilevare l’attività, spargono la voce che sei omosessuale. Oppure scelgono i colpi di fucile alla porta di casa, proiettili che si ficcano in soggiorno. Oppure, ancora, ti stritolano con l’usura, la vera grande banca della città. Il racket è una goccia lenta che corrode i nervi, un cumulo di segnali che velocemente devi decifrare. Don Giacomo Panizza ammette: «Sono qui da 30 anni ma ancora non comprendo il codice mafioso».

Eugenio continua il racconto: «Sono tornato a Lamezia perché qui avevo passato 22 anni della mia vita. Dopo aver aperto 9 locali al Nord, ho deciso di investire in questa città. Ma se continua così, chiudo e me torno a Pordenone». Poi indica un cestino dei rifiuti in metallo, carbonizzato. «E’ la seconda notte di seguito che lo incendiano. Non so se prenderlo come un gesto intimidatorio, oppure una casualità». «C’era una pompa che usavo per lavare il marciapiede, è sparita anche quella». Riprende: «Cosa devo fare? Mia figlia di 8 anni la devo far crescere tappandole gli occhi? Viviamo in un Paese democratico, non è giusto che debba vivere con la paura». Pochi giorni dopo la bomba, l’agosto scorso, la ‘ndrangheta gli ha ammazzato un uomo a pochi metri dal locale.

«Sì, sì, a mezzogiorno spegneremo le luci e abbasseremo le serrande. Non so a che serve, ma il proprietario mi ha chiesto di aderire alla protesta». Parla la commessa di un negozio d’abbigliamento di lusso, come ve ne sono tanti. Inspiegabilmente. «Sono 12 anni che lavoro qui. Sei mesi fa hanno fatto saltare in aria un altro negozio qui accanto, della stessa catena». Chi non pensa proprio di chiudere bottega, nemmeno per 5 minuti, è il giovane proprietario di un magazzino di abbigliamento da uomo - tutta roba di marca. Qualche tempo fa gli spararono alle vetrine, lui denunciò e non si seppe mai chi fosse il colpevole. «Se chiudo perdo quei 100, 200 euro che mi fanno comodo. E la mafia cosa perde? Meglio scendere in piazza, magari alle 2 quando i negozi stanno chiusi». Quando ripassiamo, alle 12.30, anche le sue serrande sono abbassate. «Sono stufo delle parate dei politici. Io voglio i fatti», si lamenta un altro commerciante sulla sessantina. «La polizia invece di proteggerci ferma le ragazze per chiacchierare». Gli hanno incendiato una macchina del valore di 50mila euro. «Mi dispiace che i miei figli abbiano rilevato l’attività. Io e mia moglie stiamo pensando di andarcene in Toscana».

Ancora più critico il proprietario di una spaziosa cartoleria. «Va bene, chiudo. Ma non sono i commercianti a dover protestare. Questo è compito della politica, quella politica che alla manifestazione di sabato scorso non c’era. Cosa fanno, mandano avanti noi e i ragazzi delle scuole? Io voglio essere protetto. E non sentirmi rispondere dalla polizia, quando vado a denunciare: "Patteggia con loro", oppure "Fatti i cazzi tuoi"». Sono sfiduciati.

I muri di Lamezia sono disseminati di manifesti anti-racket dove campeggia la foto dello stabile incendiato della famiglia Godino. In calce il conto corrente aperto dalla A. l. a. per contribuire alla ricostruzione dei locali. Il sindaco promette che tra pochi giorni, grazie anche alla generosità dei lametini, il negozio potrà riaprire.

Dicono che abbiano chiuso le serrande anche quei negozi in mano alla ‘ndrangheta. Non è aria, avranno pensato. E comunque meglio mimetizzarsi. All’una passata si fa la conta. E’ sabato ma a Lamezia sembra un giorno festivo. Hanno chiuso in anticipo almeno il 90% dei commercianti, i parrucchieri, le autoscuole, le agenzie di viaggio, le pasticcerie ("tengo la serranda a mezz’asta perché devono ritirare i dolci", si giustifica un ragazzo), le sale giochi, gli hotel, i bar, i tabaccai. Poi l’attentato di ieri. Un messaggio ben chiaro: qui comandiamo noi.

La. Edu.

Giuseppe Lavorato, ex sindaco di Rosarno (Reggio Calabria) ricorda le lotte bracciantili contro la mafia. E la polizia che li picchiava, invece di fermare il crimine organizzato

«Lo Stato ha scelto di stare con la ’ndrangheta»

 

«I fatti di Lamezia non sono un fungo, è tutta una storia. E’ la storia della classe dirigente nazionale e calabrese, che invece di stare dalla nostra parte, la parte dei lavoratori che combattevano la prepotenza mafiosa, ha deciso di favorire la mafia». Sindaco di Rosarno (Reggio Calabria) dal ’94 al 2003 ed ex parlamentare del Pci (ora nei Ds), Giuseppe Lavorato stringe i pugni al ricordo delle lotte degli anni ’70. Quelle lotte che portavano migliaia di ragazzi a gridare per le strade i nomi dei ‘ndranghetisti che sfruttavano le raccoglitrici di olive, costrette in camioncini sgangherati a percorrere i campi della Calabria per poche lire. «Molte di loro sono morte per incidente stradale. E lo Stato che faceva? Mandava la polizia a picchiare i braccianti, invece di sbattere in galera i responsabili». «Così», continua, «le nostre oceaniche proteste poco a poco si spensero, e la ‘ndrangheta iniziò la sua terribile ascesa. Con la complicità dei governi»


Lavorato, oggi sulla soglia dei 70, è sempre stato sulle barricate. C’era anche lui ad organizzare i 23 pullman che nel 1978 dalla piana di Rosarno e Gioia Tauro si riversarono carichi di giovani a Gioiosa Jonica per commemorare Rocco Gatto, il mugnaio iscritto al Pci ammazzato dalla lupara perché aveva osato ribellarsi all’arroganza dei boss. «Anche quella volta, senza timori, gridammo il nome del presunto assassino. Eravamo tanti, e pieni di speranza». I ragazzi di Locri, al confronto, sono poca cosa. E quella speranza fu tradita dalla politica. «Nel 1976 ci fu la grande avanzata del Pci. Ricordo che Ingrao venne ad un comizio e ci disse: questo successo elettorale lo dobbiamo al voto dei giovani. Guai a noi e guai alla democrazia italiana se, dopo un’attesa messianica, non avranno la giusta risposta. Quelle parole le ho ripetute dentro di me giorno dopo giorno. Perché quella giusta risposta non arrivò, e il movimento sparì. Molti di quei giovani furono risucchiati dalla malavita, gli scandali economici vennero sopiti, li scoprimmo solo grazie a Mani Pulite, quando ci diedero ragione era troppo tardi».

L’Italia degli anni ’70 si concentrava spasmodicamente sulla lotta al terrorismo, quella che sembrava agli occhi di chiunque la vera emergenza nazionale. «Chi li vedeva i giornalisti in Calabria? Magari ci fossero stati i programmi di denuncia. Un giorno chiesi a Giorgio Bocca: perché non siete venuti a raccontare le nostre lotte? Lui mi diede ragione». Così in pochi ricordano il tragico agguato a Peppe Valarioti, esponente del Pci di Rosario e amico di Lavorato. Era il 1980, Lavorato e Valarioti uscirono da una trattoria dove avevano festeggiato i risultati delle regionali. «Sentimmo degli spari e vidi Peppe accasciarsi, morto". Quindici giorni dopo ammazzarono Giannino Losardo. E calò la paura.

«Cominciò così la grande espansione mafiosa. Anni cupi, ma vincemmo comunque la lotta contro la centrale a carbone di Gioia Tauro. Sapevamo che nascondeva interessi ‘ndranghetisti, eppure quando cercammo di togliere i picchetti venne la polizia e ci riempì di botte. Ancora una volta lo Stato aveva scelto da che parte stare».

Amarezza. Da sindaco, ricorda gli spari dei kalashnikov alla finestra del suo ufficio. Nel 1999 i comuni di Rosarno, Gioia Tauro e S. Ferdinando si costituirono parte civile nel processo denominato "operazione porto", che portò alla condanna definitiva di un gruppo di ‘ndranghetisti. I tre sindaci chiesero il risarcimento dei danni morali e materiali ai mafiosi. «Perché ci devono ripagare. Un’intera comunità soggetta alla prepotenza dei mafiosi miserabili e criminali vive nella paura, nella povertà e nello sfruttamento. Sono loro a impedire lo sviluppo economico della Calabria, sono loro ad arricchirsi mentre nei supermarket di loro proprietà pagano le ragazze con uno stipendio da fame o sfruttano i migranti nella raccolta dei prodotti agricoli. I poveri sono i primi a volerli in galera, a indignarsi quando in una telefonata intercettata, come è successo, un ‘ndranghetista si lamenta che le banconote che teneva sotto a dei mattoni si sono ammuffite facendogli perdere miliardi di lire».

Sotto il profilo politico, è chiaro per Lavorato che non si fa alcuno sforzo per debellare la mafia calabrese, «un soggetto autonomo che dialoga con il ceto politico e da lì trae la sua impunità». Niente di nuovo, verrebbe da dire. Ma poi ci si concentra solo sugli effetti militari della mafia, il racket, le bombe ai negozi, i morti ammazzati per strada. E ogni volta è lo stesso ritornello: più forze di polizia, più denaro per lo sviluppo. Senza poi tener conto che il 90% dei finanziamenti pubblici ed europei è finito nelle tasche di imprenditori mafiosi. «E’ diventata una lotta di classe».

Non è pessimista. «Le forze per rialzare la testa ci sono. Io dico ai media: parlate della Calabria. Ben vengano i programmi come quello di Santoro, ma che parli anche di chi non vuole più subire». Gli strumenti, dice, sono semplici: la confisca dei beni appartenenti alla mafia e la loro destinazione a usi sociali, che i Comuni si costituiscano parte civile.

Poi, naturalmente, «una volontà politica seria e forte, solo allora potremo piegare la mafia». «Perché questi signori sappiamo chi sono, li vediamo camminare per la strada con la loro arroganza, con la volontà di comandare e opprimere».

La. Edu.