REPORTAGE 16 APRILE- 31 MAGGIO 2006

 

NON BASTA AUMENTARE I PRESIDI DELLE FORZE DELL’ORDINE

 

Rimini: "la ‘ndrangheta si sconfigge aggredendone le ricchezze e i profitti"

 

Una fase inquietante, quella che vive la città di Lamezia Tenne. Attentati in pieno giorno, tre omicidi nel giro di pochi giorni, il proliferare del racket. Una fase inquietante che si somma ad un quadro estremamente pericoloso che emergerebbe, secondo il Sole 24 ore, da un dossier riservato del Viminale. Un dossier che denuncia l'eccezionale penetrazione della 'ndrangheta in quella che oramai in molti si ostinano a chiamare economia legale.

Un quadro che avvalora la tesi di tanti e, tra questi anche Rifondazione comunista, sulla necessità oramai inderogabile di non attestarsi nella lotta alla criminalità organizzata solo ed esclusivamente sul «conflitto militare». C'è la necessità di mettere in campo da parte degli apparati dello Stato strumenti capaci di colpire il sistema di potere esteso e capillare che è entrato, stabilmente nel circuito delle attività economiche, nella sfera degli appalti, che lambisce e fagocita molta parte della pubblica amministrazione e controlla i flussi di danaro pubblico.

Il suddetto dossier, secondo le notizie del Soie 24 ore, punta l'indice sull'invasione quasi totale della 'ndrangheta in vaste area della regione. Indica nella distribuzione commerciale, nel mercato immobiliare e in quello turistico, i settori privilegiati degli investimenti della criminalità organizzata. Un'attenzione particolare verrebbe riservata dal dossier alla proliferazione di supermarket priva di giustificazione rispetto alla domanda di mercato e al contesto sociale ed economico.

Una mappa, quella illustrata sul dossier che non risparmia la nostra città dove sarebbe in atto una lotta per il controllo dell'ex area Sir e del mercato immobiliare, tema questo che nel 2003 fu oggetto di una interrogazione dell'allora parlamentare Nicni Vendola.

Altrettanto allarmanti sarebbero le conclusioni del dossier nel quale si ipotizzerebbe un peggioramento dello scontro, anche per l'elevata possibilità di impiego di armi pesanti della 'ndrangheta nelle aree di Crotone, Lamezia, Vibo, Locri. È questa realtà che dovrebbe far chiedere a tutti del perché la 'ndrangheta è potuta diventare parte integrante dei processi di accumulazione economica in Calabria e nella nostra città.

C'è da chiedersi se questo non è anche frutto di una disattenzione investigativa, di una sottovalutazione del potere economico della mafia anche da parte di alcune forze politiche. Si poteva fare di più, così come giustamente viene scritto nell'ultima relazione di minoranza (presentata dai parlamentari del centrosinistra) della Commissione parlamentare antimafia «sulla mancata aggressione ai patrimoni di una 'ndrangheta ricchissima, che ha accumulato potere economico ed ha poi trasferito questa sua forza dirompente nel settore della politica».

E da anni che diciamo, invano, che le capacità investigative erano e sono scarse, sia per mancanza di mezzi, di persone e di dotazioni, sia per lacune, contraddizioni delle stesse Procure. Ma il ministro dì Grazia e Giustizia e l'intero governo del centrodestra hanno preferito interessarsi eccessivamente della Procura di Milano e troppo poco di quelle calabresi dove molto probabilmente, più che a Milano, ci sono magistrati, che si occupano di «politica». È anche in questo contesto che i confini fra economia legale ed illegale sono diventati sempre più incerti. Esistono, questi sono i dati che emergono dai rapporti degli ultimi anni della Guardia di Finanza, veri e propri scambi di servizio - così vengono definiti - fra circuito illegale e circuito legale. Pensiamo agli appalti legali e ai subappalti illegali, talvolta interdipendenti; pensiamo a titolarità di imprese, esercizi commerciali e turistici, dove la commistione è completa; pensiamo alla gestione del ciclo dei rifiuti da parte di imprese regolari, che viene assunto dalla criminalità organizzata. Ecco perché non basta, pur se importante, l'appello alla collaborazione dei cittadini, dei commercianti, degli imprenditori onesti. Così come sbagliate sono le logiche «securitarie» che hanno portato in questi anni alla criminalizzazione dei migranti, dei consumatori di spinelli, dei graffittari. Tn una città dove proliferano gli sportelli bancancari, dove si costruiscono abusivamente mastodontiche ville, dove chi deve controllare non controlla, chi deve denunciare lo spreco di denaro pubblico non denuncia e dove i finanziamenti pubblici alle imprese producono solo l'arricchimento di pochi senza la creazione dì lavoro stabile e sicuro. Dove l'amministrazione della cosa pubblica è stata soprattutto la coltivazione di rapporti privilegiati con singoli cittadini, singoli dirigenti e impiegati pubblici, singole imprese, cooperative, agenzie.

Evidentemente, allora, questi sono i temi che dobbiamo approfondire, perché la lotta alla mafia è anche un problema di concezione della cosa pubblica, di modello di sviluppo, di pratiche politiche.

I modelli di sviluppo in Calabria e a Lamezia devono essere, rapportati alla risorse locali, alla messa in sicurezza del territorio, ad un controllo rigoroso dei percorsi e delle destinazioni dei fondi pubblici. Le mafie, lo sappiamo ormai da anni, crescono soprattutto nelle zone franche. Più magistratura, più presidi delle forze dell'ordine, che sono necessari, senza interventi strutturali falliranno! Le nostre città vanno rese vitali attraverso la partecipazione democratica, una nuova imprenditorialità, il potenziamento della rete di sicurezza sociale e la ricostruzione civica di fronte al degrado urbano, il funzionamento efficace ed efficiente degli uffici e dei servizi pubblici.

Le mafie si sconfiggono, attaccandone le ricchezze e i profitti, attraverso l'antimafia sociale, popolare, che è il recupero di un senso civico a partire dagli uffici pubblici - allora sì, saremo efficaci - di una coscienza democratica con un percorso certo nel quale crescere. Altrimenti, facciamo i grilli parlanti, enunciamo ammonimenti, in qualche modo, vani! Occorre, quindi, ricostruire nella pratica quotidiana percorsi di legalità. Cosa vi è di più importante, sul piano dell'antimafia, delle cooperative che lavorano la terra confiscata, della democrazia, della legalità e della ribellione, che ci indicano i giovani dì Locri?

Non servono insomma leggi speciali; non serve la militarizzazione del territorio. Servono, invece, percorsi di legalità - sempre ad iniziare dalle pubbliche amministrazioni - che camminano sulle gambe delle donne, degli uomini e dei giovani; serve una estesa riforma della politica, delle municipalità, dello spazio pubblico. Su questo dobbiamo impegnarci. E questo che ci chiedono i cittadini onesti, gli imprenditori vittime del racket, i giovani che vivono nel disagio di questa città ingiusta.

Luciano Rimini segretario Circolo «Adelchi Argada»