Liberazione 11 gennaio 2006

 

In Italia da anni non riescono ad ottenere il permesso di soggiorno.

Hanno moglie e figli, ma sono stati espulsi dal nostro paese

Lettere dai "condannati a vita" nei Cpt.

Due storie che hanno in comune la follia

 

Mi chiamo N.M. e sono nato a Casablanca in Marocco e vivo in Italia da 10 anni. Il 25 novembre del 2002 mi sono sposato con Antonietta, una cittadina italiana, il 26 aprile del 2005 è nata mia figlia, H. Ora sono rinchiuso nel Cpt di Lamezia Terme e dal 29 dicembre sono in sciopero della fame». Inizia così una lettera che fa male dover leggere, una storia che è assurdo pensare sia accaduta. N. - preferiamo non scrivere il suo nome per esteso - ha chiesto il permesso di soggiorno non appena sposato, nella questura di Campobasso, ha avuto regolare ricevuta lasciando come residenza quella della moglie. Volevano costruirsi un futuro insieme e hanno fatto una richiesta per emergenza abitativa presso il comune di Termoli, sempre in provincia di Campobasso, aspiravano ad una casa popolare. La loro domanda è stata rifiutata ma non si sono dati per vinti, anzi hanno denunciato il fatto definendo un "imbroglio" i criteri con cui erano state assegnate le abitazioni. È bastata una lettera al quotidiano locale per far arrivare assistenti sociali, assessore comunale, persino il capo della polizia municipale. Per anni la coppia è passata da un albergo ad un altro, nel frattempo era scaduta la carta di identità di lei, l'albergo in cui erano ospitati non poteva essere utilizzato come nuova residenza. Il Comune è intervenuto fornendo alla giovane coppia un deposito comunale come abitazione, solo dopo 3 mesi di gravidanza di Antonietta, hanno trovato una abitazione disponibile, in attesa della casa popolare. Tutto a posto? No, per un piccolo reato N deve scontare 2 mesi di carcere, all'uscita lo sbattono al Cpt, ora è in attesa di essere rimandato in Marocco, lui, unico sostentamento alla famiglia - Antonietta è casalinga - lasciando moglie e figlia in Italia. Ma non è il solo. A. O. M è nato anche lui a Casablanca, è venuto in Italia nell'agosto del 1990, prima in Calabria per poi finire a Catania: "Dove - racconta - è iniziato il mio amore e il mio amore e il mio dolore che vive dentro di me fino a questo momento". Nel 1992 lo trovano senza permesso di soggiorno: foglio di via. M non se ne va, sposa il suo amore, Giusy, e chiede senza ottenerlo, il permesso di soggiorno. Ci riprova due anni dopo, alla questura di Catania prima gli rilasciano la ricevuta della richiesta poi lo imbarcano, era l'8 aprile del 1994, in un aereo diretto in Marocco. Giusy è all'ottavo mese di gravidanza.

Inizia una lotta senza quartiere per ottenere il ricongiungimento familiare, l'11 maggio nasce Sarah. Richieste e pratiche burocratiche, tentativi di entrambi i coniugi ai consolati ma la burocrazia vince sugli affetti. Giusy perde la speranza e tenta di ricostruirsi una vita, va a convivere con un ragazzo italiano, M vede sua figlia solo nelle fotografie inviate da sua moglie. Resta in Marocco per 5 anni senza ricevere risposte dal consolato: «Ho sofferto tantissimo - scrive - per mia figlia che non potevo vederla crescere, con l'affetto paterno che tutti noi o la maggior parte di noi avevano goduto. L'ho chiamata Sarah per non fare differenze: è un nome italo marocchino». Stava per compiere 5 anni e M. ha fatto quello che poteva fare, si è imbarcato per raggiungere sua figlia: «L'ho vista il giorno del suo compleanno». La storia evolve al ritmo di un romanzo: M ha problemi con il convivente della moglie ma vuole solo poter vedere ogni tanto sua figlia. La suocera lo asseconda, si vedono di nascosto a patto che lui non riveli di essere suo padre. Va avanti, ma poi pare che questi incontri confondano la bambina e quel piccolo spiraglio si chiude.

M. torna in Calabria dove ha un fratello regolarmente residente, nel 2002 tenta di sanare la sua posizione, ha una montagna di documenti che gli dovrebbero consentire di ottenere l'agognato permesso, ha anche un lavoro. Ma gli dicono che il permesso lo deve chiedere a Catania dove" gli viene ovviamente negato. Anche M. è in sciopero della fame, e pare che i due non siano gli unici a ritrovarsi in una situazione cosi assurda. La direzione del Cpt è sorda alle loro proteste, M. cita a memoria articoli di legge che dovrebbero permettergli di uscire e di rifarsi una vita ma sembra che parlare serva a poco: "Secondo me lo fanno per portarci via i nostri figli - lamenta N. -vogliono allontanarci da loro, altrimenti non me lo spiego questo accanimento". «E poi qui siamo trattati peggio dei cani - riprende M. - neanche all'infermeria ti danno retta. Ieri abbiamo dovuto mangiare, per noi era una ricorrenza religiosa troppo importante, avremmo commesso peccato rifiutando la carne ma oggi riprendiamo a scioperare». Pare che al "Malgrado Tutto" - è questo il nome del centro lamentino - di casi del genere ne stiano arrivando anche altri, persone la cui vita sembra un racconto facile da smontare, il bisogno di avere un pretesto per restare in Italia. Poi arrivano i fax con le copie di tutti i documenti: atti di nascita, certificati di matrimonio, tutto quello che dovrebbe dar diritto ad una vita regolare. Invece, in gabbia e col digiuno come unico modo per far sentire la propria voce.